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sabato 28 marzo 2009

Decrescita felice: Maurizio Pallante,per un mondo di beni e non di merci


Maurizio Pallante, il più noto esponente del Movimento per la Decrescita Felice in Italia, accenna sul finire di questo interessante articolo anche alla diffrenza far baratto, dono e regalo consumistico...



Per un mondo di beni e non di merci
di Maurizio Pallante

Sostenere la necessità di una decrescita economica e produttiva, descriverne i vantaggi in termini di felicità individuale, di sollievo per gli ecosistemi terrestri, di relazioni più eque e serene tra gli individui e tra i popoli, è un passaggio obbligato nella costruzione di una nuova cultura capace di superare i terribili problemi che il sistema economico industriale, fondato sulla crescita illimitata della produzione di merci, pone all'umanità e a tutte le specie viventi. Ma è come voler parlare a voce in un ambiente dove un potente sistema d i amplificazione sostiene contemporaneamente il concetto opposto. Non si viene ascoltati non solo perché si sostengono posizioni così contro corrente da essere respinte a priori dai più, ma anche perché non si riesce nemmeno a far udire la propria voce. […]
Ciò nonostante occorre ribadire in tutte le sedi i rapporti di causa-effetto tra la crescita del Pil e l'esaurimento di risorse vitali, l'incremento esponenziale delle varie forme di inquinamento, la progressiva devastazione degli ambienti naturali e storicamente antropizzati, la disoccupazione, le guerre, il degrado sociale. Ma l'analisi e la denuncia non bastano. Occorre contestualmente effettuare nella propria vita scelte che comportano decrementi, anche infinitesimali, del Pil.
Innanzitutto perché se si è convinti che la decrescita sia un elemento indispensabile per una vita più felice sarebbe sciocco non cominciare a praticarla subito. In secondo luogo perché se le riflessioni sulla necessità della decrescita si sviluppano da una pratica concreta e sperimentata non sono soltanto speculazioni teoriche e diventano più credibili. Infine perché i vantaggi derivanti dalla loro pratica non si limitano all'ambito individuale, alla costruzione di una nicchia in cui rifugiarsi da un mondo che va in direzione opposta e difendersi dalle sofferenze che genera, ma acquistano il valore di una proposta politica. Nella ossessiva ripetitività e passività dei comportamenti consumisti massificati acquistano visibilità e luminosità, manifestano i loro vantaggi e, di conseguenza, possono suscitare ripensamenti: "Se lo stanno facendo alcuni, per quale motivo non posso farlo anche io?".
Come si può praticare la decrescita nelle proprie scelte di vita?
Innanzitutto chiarendo a se stessi cosa è e come si realizza la crescita del Pil.
A differenza di quanto comunemente si crede, la crescita del Pil non misura la crescita dei beni prodotti da un sistema economico, ma la crescita delle merci scambiate con denaro. Non sempre le merci sono beni, perché nel concetto di bene è insita una connotazione qualitativa – qualcosa che offre vantaggi – che invece non pertiene al concetto di merce. Se si fanno le code in automobile aumenta il consumo della merce carburante, quindi si accresce il Pil, ma si ha uno svantaggio, una disutilità. Viceversa, non necessariamente i beni sono merci, perché si può produrre qualcosa senza scambiarla con denaro, ma per utilizzarla in proprio o per donarla. I prodotti del proprio orto e del proprio frutteto autoconsumati non sono merci e, pertanto, non fanno crescere il Pil, ma sono qualitativamente superiori agli ortaggi e alla frutta prodotta industrialmente e comprata al supermercato. La cura dei propri figli o l'assistenza dei propri vecchi fatta con amore è qualitativamente molto superiore alla cura che può prestare una persona pagata per farlo. Ma questa attività prestata in cambio di denaro fa crescere il Pil, l'altra, donata per amore, no.
Fare scelte esistenziali nell'ottica della decrescita significa quindi ridurre la quantità delle merci nella propria vita. A tal fine si possono percorrere due strade:
1. ridurre l'uso di merci che comportano utilità decrescenti e disutilità crescenti, che generano un forte impatto ambientale, che causano ingiustizie sociali;
2. sostituire nella maggiore quantità possibile le merci con beni.
La prima è la strada della sobrietà. La seconda è la strada dell'autoproduzione e degli scambi non mercantili, basati sul dono e la reciprocità.
Non consumare merci
La sobrietà non è soltanto una virtù di cui il sistema economico e produttivo basato sulla crescita del Pil ha voluto cancellare accuratamente ogni traccia perché non se ne serbasse nemmeno la memoria nel giro di una generazione, ma è, soprattutto una manifestazione di intelligenza e di autonomia di pensiero.
Chi lavora cinque mesi all'anno per acquistare e mantenere un'automobile che gli serve ad incolonnarsi ogni giorno lavorativo due volte al giorno per ore sulle tangenziali nel tragitto casa-lavoro, e ogni giorno festivo […] nel tragitto casa-località di villeggiatura, è un consumista stupido, che si costringe a vivere una vita insopportabile e ben più infelice di una persona che lavora di meno e guadagna di meno, ma proprio per questo non ha bisogno di soldi da spendere in automobili, benzina, auto strade, compensazioni illusorie nelle località di vacanza dello stress accumulato nella settimana lavorativa. […]
Autoproduci i beni
La sobrietà comporta una riduzione della crescita del Pil attraverso una riduzione del consumo di merci, ma non consente una emancipazione dalla dipendenza assoluta nei loro confronti. E la sempre maggiore dipendenza dalle merci è la conseguenza di una sempre maggiore incapacità di autoprodurre beni. Per aver bisogno di comprare tutto ciò che serve a soddisfare i propri bisogni vitali bisogna essere incapaci di tutto. Solo chi non sa fare niente di ciò che gli serve può diventare un consumista senza alternative. La condizione di non saper produrre nessun bene, o quasi, nei paesi industrializzati è ormai generalizzata. Oggettivamente costituisce un enorme depauperamento culturale, che invece è stato proposto e vissuto come un progresso e come un'emancipazione dell'uomo dai limiti della natura. […]
Nell'arco di una generazione alcuni beni di uso comune, come lo yogurt, il pane, la passata di pomodoro, le marmellate, le verdure sottolio e sottaceto, non si sono più fatti in casa e sono stati sostituiti da prodotti comprati al supermercato. L'autoproduzione di frutta e verdura è stata sostituita con prodotti agroalimentari carichi di veleni e senza sapore. Un processo disastroso in cui si sommano perdita di qualità e perdita di conoscenze, ma che è stato considerato un progresso perché ha comportato una crescita quantitativa della produzione di merci e del Pil . […]
Economia del dono
L'autoproduzione di beni e servizi può essere potenziata da scambi non mercantili fondati sul dono e sulla reciprocità, che oltre a essere fattori di decrescita economica contribuiscono anche a rafforzare i legami sociali. Il dono e la reciprocità […] non devono essere confusi con i regali acquistati e donati in un numero di circostanze fittizie crescenti, create appositamente per potenziare il consumismo, né possono essere semplicemente ridotti al baratto (scambio di prodotti senza l'intermediazione del denaro), ma consistono essenzialmente in uno scambio gratuito di tempo, di professionalità, di conoscenze, di disponibilità umana. […]
Maggiore è l'incidenza degli scambi fondati sul dono e la reciprocità, minori sono gli scambi mercantili.
[…]
Può mettersi in moto un processo moltiplicatore con effetti significativi sulla decrescita del Pil e, forse, anche sulla felicità individuale di molte persone. Non è forse questo il significato più profondo della politica?

Economia del dono: le esperienze italiane del dono e del baratto



Nel seguente articolo di Monica Di Bari, vengono presentate alcune esperienze italiane che vanno nella direzione di una nuova economia. Interessante anche il riferimento alla rete informale di solidarietà dell’Africa Sub Sahariana.


Barattare, donare, riciclare
di Monica Di Bari

Donare: dare ad altri spontaneamente e senza compenso.
Il dono non è sterile elemosina o un regalo studiato per ricevere in cambio una contropartita diretta. Donare significa far fronte all’esigenza di un singolo che è comunque parte di un gruppo, nella consapevolezza che prima o poi un’esigenza simile toccherà al donatore stesso.
Ogni seconda domenica del mese nella località di Ozzano dell’Emilia, alle porte di Bologna, è possibile barattare, donare e riciclare. Si tratta di un mercatino del dono e del baratto, un’iniziativa nata dalla collaborazione tra la Cooperativa Dulcamara e l’Associazione Amici della Terra di Ozzano. Negli ultimi mesi, in molte città italiane sono state proposte esperienze simili: luoghi in cui effettuare scambi non monetari hanno aperto le porte alla cittadinanza. Un esempio è l'iniziativa del baratto svoltasi a Roma il 21 aprile e promossa da Reti di Pace: un mercato in cui, senza l'ausilio della moneta, sono stati scambiati CD musicali, libri, abiti e altri oggetti.
Dal Nord al Sud della penisola troviamo non solo spazi sociali concreti, ma anche sistemi di scambio non monetari, tra i quali il più diffuso è la Banca del Tempo.
Nella società dei consumi, dove la grande distribuzione organizzata assume un ruolo sempre più totalizzante, un bisogno consapevole e diffuso è quello di riscoprire gli spazi di socialità, dove lo scambio dei beni sia alla base della relazione umana.
Barattare è un primo passo: storicamente, scambiare o barattare due oggetti presuppone un intento commerciale equo per entrambe le parti; ma non basta: donare è un’azione dal significato sociale e antropologico ancora più complesso.
Non si può parlare di dono senza far riferimento al celebre Essai sur le don di Marcel Mauss: l’antropologo individua, alla base del dono e della comunicazione tra singoli e gruppi, il principio di reciprocità, strutturato nel concetto tripartito del dare, ricevere e ricambiare. Il dono non è sterile elemosina o un regalo studiato per ricevere in cambio una contropartita diretta; donare significa far fronte a un’esigenza di un singolo che è comunque parte di un gruppo, nella consapevolezza che prima o poi un’esigenza simile toccherà al donatore stesso; quest’ultimo, a sua volta, può contare sull’appoggio dell’intera comunità. Reciprocità può voler dire che chi ha dato non ottiene necessariamente una restituzione dal suo stesso beneficiario, ma dalla comunità stessa o dal sistema; d’altro canto colui che riceve è chiamato a restituire anche a un terzo, estraneo allo scambio originario.

La rete informale di solidarietà nell’Africa Sub Sahariana
Nell’Africa sub sahariana la reciprocità del dono è regola sociale e garanzia di un singolo in quanto membro di una comunità. Nel saggio L’Altra Africa, tra dono e mercato Serge Latouche distingue la povertà occidentale dalla sfortuna africana: in Africa il concetto di povertà implica quello di solitudine e l’isolamento dalla comunità comporta l’esclusione dagli scambi; nelle principali lingue africane le parole che designano il concetto di “povero” sottendono il significato di “orfano”. Un orfano, senza uno o entrambi i genitori, non può fare affidamento sulla rete di solidarietà della famiglia allargata, determinata in base al vincolo di parentela.
La capacità di costruire una rete di persone sulle quali poter contare è determinante per la sopravvivenza del singolo e della comunità; in base a questo obiettivo la capacità di memorizzare l’identità delle persone è stupefacente. Ciascuno deve conoscere ogni membro della rete, che può contare centinaia di persone: nome, condizione, storia individuale e posizione familiare determinano la conoscenza e gli scambi come relazioni umane.

Il dono, il baratto e la solidarietà nella civiltà contadina
Anche nelle comunità contadine dei nostri nonni ritroviamo il principio della reciprocità: ancora oggi nei piccoli contesti rurali i beni prodotti, se in eccesso, sono scambiati attraverso il dono reciproco. Le reti di scambio non monetario hanno sempre fatto parte della civiltà contadina: frutta, verdura, uova venivano donati a un membro della comunità senza aspettarsi una contropartita diretta. Il beneficiario a sua volta, contando su una produzione abbondante, ne donava una parte all’interno della comunità. Anche il baratto era alla base dell’organizzazione economica: in questo caso due individui potevano scambiare qualità diverse di semi, di vitigni e razze animali. I nuclei familiari godevano di una dimensione allargata che garantiva, in caso di necessità, l’assistenza agli anziani e la cura dei bambini. Maurizio Pallante ne La Decrescita Felice sottolinea come in questi contesti la dinamica del dono e contro-dono di tempo, capacità professionali, disponibilità umana, attenzione e solidarietà fosse alla base dei legami sociali. La stessa parola comunità è composta dalla preposizione cum che significa ‘con’ e indica un legame e dal nome munus che significa ‘dono’.
Recuperare, nella vita quotidiana, il senso del dono e della solidarietà tradizionale significa riappropriarsi dei valori e delle risorse realmente necessari alla comunità; è la base per ripensare un altro tipo di economia in cui lo scambio monetario e non monetario, il baratto e il dono, possano ridisegnare le reti sociali della solidarietà umana. Questo percorso, astratto in apparenza, parte dalla coscienza individuale dei singoli e trova possibilità di confronto nelle esperienze collettive: nei mercati per il baratto o il dono e nelle reti per gli scambi non monetari.

Economia del dono: Alain Caillé




Il sociologo francese Alain Caillé ripropone in questa intervista la questione del «dono», la critica all'homo oeconomicus, all'utilitarismo esasperato, alla visioni degli esseri umani come "animali interessati"... E ribadisce un concetto chiave: il dono è un gesto decisivo per lo sviluppo della società umana.



Contro la logica dello sfrenato utilitarismo che oggi sembra trionfare in molti campi prende forma una forte opposizione da parte della filosofia e dell’antropologia.
Ad alzare il vessillo della rivolta è stato, nel 1992, il sociologo francese Alain Caillé con il suo Lo spirito del dono – scritto a quattro mani con il collega canadese Jacques T. Godbout – un libro tradotto in cinque lingue che gli ha assicurato fama internazionale.

Ma Caillé aveva già dato fuoco alla santabarbara con la "Critica della ragione utilitaristica" del 1989, che assestava un primo colpo all’assioma dell’egoismo, secondo il quale in ogni azione e relazione sociale non si può che mirare al soddisfacimento del proprio interesse. Ora, in un’epoca ancora dominata dal consumismo, il messaggio di Alain Caillé si rivolge ai sudditi dell’impero neoliberistico: «Quanta parte delle attività dell’uomo, sia personali che sociali, deve essere impiegata per soddisfare il puro e semplice utilitarismo, e quanta invece dovrebbe essere dedicata a produrre significati, pensieri, a dare un senso alla vita, cioè al simbolico, al rituale, al politico, insomma al non utilitario?».

L’individuo obbedisce automaticamente al sempre più pervasivo modello dell’homo oeconomicus, imposto da certa pubblicità: massimizzare utilità e piacere, respingere senza indugio non solo ciò che fa soffrire ma anche, e soprattutto, ciò che non è utile. Eppure – obietta Caillé – uomini e donne non sono venuti sulla terra per agire da «animali interessati», che desiderano soltanto avere sempre più cose; anche se non lo sanno, l’oggetto principale della loro brama non è comunque la ricchezza quanto «l’essere riconosciuti».

Alla 14° sessione plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, apertasi ieri in Vaticano, la nuova filosofia e sociologia, incardinata sul paradigma del dono e dell’altruismo, è stata illustrata dai suoi massimi rappresentanti: Alain Caillé, professore all’Università di Parigi Nanterre e Jacques T. Godbout, professore emerito al National Institut of Scientific Research dell’università di Montreal.


Intervista:

Professor Caillé, in un mondo soggiogato dall’etica dell’utilitarismo, la rivendicazione di una nuova economia, fondata sul dono e sull’altruismo, non sembra velleitaria?
«La gente crede che il dono e la generosità siano inutili fronzoli, sentimenti polverosi gettati in soffitta. Questa idea viene fatta valere con un bombardamento quotidiano dal modello economico dominante, secondo il quale non solo il mercato e gli scambi monetari ma anche l’apprendimento, il matrimonio, la fede religiosa, l’amore e l’odio, la giustizia e il delitto, sono regolati dalla logica egoistica. E invece il dono ha un ruolo oggi come lo aveva nel passato delle società umane. La grande scoperta è merito dell’antropologo Marcel Mauss, nipote ed erede intellettuale di Emile Durkheim, uno dei fondatori della sociologia. Nel 1923-1924, Mauss pubblica i risultati della sua indagine sulla pratica del dono cerimoniale. Però lui non si riferiva soltanto alle società arcaiche e primitive. La pratica di dare, prendere e ricambiare, cioè il principio della reciprocità, è stata posta da Claude Lévi-Strauss alla base della ricerca antropologica».

Sarà duro il lavoro di persuasione per la nuova sociologia.
«Dal 1982 c’è un Movimento Anti Utilitaristico nelle Scienze Sociali, che prende nome da Mauss. E’ nata una scuola di pensiero la quale ha prodotto una rivista (che ho diretto); la tesi del movimento è stata illustrata in oltre mille articoli e più di trenta libri. L’idea che ne scaturisce è che bisogna dare meno importanza all’ homo oeconomicus e più spazio all’homo politicus, all’homo ethicus e all’homo religiosus ».

Che cosa ha scoperto, in pratica, l’inchiesta di Marcel Mauss?
«Ha dimostrato che i doni, nelle società primitive, non avevano alcun valore materiale. Contavano come simboli della relazione sociale, e comunque non avevano nulla a che vedere con la carità. Talvolta esprimevano anche spirito aggressivo e agonismo. Il dono è un simbolo e rispetta la legge della reciprocità. È la circolazione di un debito che può essere invertita ma non fermata».

Che cosa resta del dono arcaico nella società di oggi?
«Prendiamo il caso dei donatori di sangue o di organi. Fanno un dono che potenzialmente è destinato a tutti, alla famiglia, ai vicini, ai concittadini come agli stranieri. L’obbligo di dare rimane una regola della socialità primaria. Esprime amore o amicizia? Secondo me esprime simpatia o meglio quella che io chiamo aimance, cioè più esattamente 'l’interesse per gli altri'. Si tenga conto che la teoria dell’estremo utilitarismo era stata già emendata dalla corrente anglosassone della filosofia morale. L’individuo persegue la duratura soddisfazione del suo interesse personale se riesce anche a massimizzare la soddisfazione degli interessi del maggior numero di persone. Un egoismo altruistico».

Come convertire l’egoista in altruista?
«C’entra la costruzione dell’identità, individuale e collettiva. L’egoista non vuole tanto possedere, quanto 'essere riconosciuto'. Intendiamoci: anche il dono può essere interessato ma le indagini sociologiche mostrano che 'è interessante essere disinteressati'. Il disinteresse paga».

Lo studioso, che partecipa al summit in Vaticano sul bene comune: «Ormai è chiaro che i gesti gratuiti sono un dato decisivo nello sviluppo delle società. Bisogna uscire dall’utilitarismo esasperato»

(Luigi Dell'Aglio - 03/05/2008 Avvenire)

Economia del dono: Uomo lucrativo e uomo comunitario


Questo articolo di Enrico Caprara, dopo aver messo in luce l'effetto devastante di un atteggiamento orientato ad ottenere il massimo nelle relazioni interpersonali, cedendo il meno possibile (il lucrismo), ci apre alla possibilità di un altro tipo di relazione. La relazione comunitaria, basata sul dono gratuito...


Enrico Caprara - Uomo lucrativo e uomo comunitario

Alla domanda – "Che tipo è, in fin dei conti, l' uomo contemporaneo?" si trova spesso la risposta che egli sia uomo economico. Ciò non è senza dubbio falso. L' economia ha come sappiamo assunto, nella nostra esistenza, un ruolo di centralità e preponderante. Tutto si fa perchè l' economia vada bene – tutto si dice andar bene se l' economia va bene.

Ma pure, dentro questa caratterizzazione di economicità dell' uomo contemporaneo, io credo si possa specificare un po' meglio. Si potrebbe vedere, per esempio, l' economico uomo d' oggi come uomo utilitaristico e come uomo lucrativo.

Sull' aspetto dell' Utilitarismo – l' aspetto cioè della tensione al soddisfacimento in senso materialistico-quantitativo – non mi dilungo: rinvio magari alle considerazioni nel mio scritto Contro quale Modernità, in particolare il paragrafo Le moderne ideologie dell' Utilitarismo, del Progressismo, dello Scientismo.

Noterei, ad ogni modo, che la tendenza utilitaristica potrebbe dirsi caratterizzante l' ambito "psicologico" dell' uomo contemporaneo; mentre la tendenza lucrativa – che in questo scritto vorrei specificamente considerare – è più propriamente riferibile all' aspetto "sociologico" dell' esistere nel nostro tempo.

Il lucro, ovvero il guadagno. Una certa relazione tra i due aspetti – Utilitarismo e Lucrismo (introduco questo secondo termine d' uso non comune) – risulta credo ben evidente. Poichè l' uomo d' oggi è utilitaristico, nel senso che ricerca il possesso, il godimento, della massima quantità materiale, nelle sue relazioni sociali egli è lucrativo, nel senso che ricerca per sè il massimo guadagno – cioè la massima acquisizione di quantità materiale con la cessione della quantità minima.

Io voglio qui intendere – lo manifesto allora esplicitamente – il lucro non come guadagno commerciale. Non cioè come il guadagno che si realizza in un doppio scambio, in una compra-vendita, allorchè prima si cede denaro contro un bene, poi si cede il bene contro denaro, ottenendo più denaro di quanto si aveva inizialmente – la differenza essendo appunto il guadagno. Voglio intendere, piuttosto, un atteggiamento lucrativo, consistente nel disporsi a qualunque scambio con l' idea di ottenere il massimo cedendo il minimo possibile, ed il guadagno sarà allora una certa riuscita di questa operazione, il fatto di avere molto in cambio di poco.

Il mio giudizio verso questo atteggiamento umano è, senza dubbio, negativo. Se esso infatti risulta, evidentemente, svantaggioso e rovinoso per la parte soccombente, per chi si ritrova a dar molto in cambio di poco, il Lucrismo non è alla fin dei conti un “buon affare” neanche per l’ affarista riuscito, che, realizzate le sue spoliazioni, quando avrà fatto intorno a sè il deserto, dovrà comunque viverci nell’ assedio dei diseredati e della propria cattiva coscienza.

Ma pure nel caso in cui, fra due attori lucrativi “che sappiano il fatto loro”, si ottenga uno scambio paritario, questo avverrà solo a seguito di un enorme dispendio di energie, per attuare ogni possibilità tecnica di profitto nello scambio, e ogni possibile difesa dal profitto altrui. A ciò si dovrebbe aggiungere poi che la mentalità lucrativa, una volta preso possesso della psiche umana, non risparmia nessun momento e aspetto della vita: continuamente si architettano occasioni di scambio dove poter lucrare; ogni situazione e relazione della propria esistenza, anche quelle di natura affettiva più che concreta, si pone nella prospettiva di un dare-avere sperabilmente lucrativo – uno scenario di miseria spirituale, la cui risultanza di malessere sembra piuttosto evidente.

Voglio rimarcare dunque il fatto che lucro viene qui inteso come una certa disposizione nel rapporto interpersonale, e non come sovrappiù in una operazione di commercio.
Ed è questa accezione di Lucrismo che, a mio parere, svela compiutamente l’ immoralità e il maleficio, ciò che non è invece considerandolo nel senso del guadagno commerciale. Quest’ ultimo potrebbe anche avere – dentro un certo quadro sociale di riferimento – una sua giustificazione. Il ricarico operato da un commerciante tra il prezzo di acquisto e quello di vendita, può giustificarsi dal suo lavoro di rendere disponibile il bene, per esempio da un luogo in cui lo si trova facilmente ad un altro luogo.

E’ chiaro, d’ altra parte, che il significato di Lucrismo come io l’ ho inteso risulta ben connesso a ciò che, oggi, si evoca continuamente come “il Mercato”. Il Mercato: ovvero tutto si compra e si vende – e in queste compravendite, il venditore cerca di spuntare il massimo prezzo, il compratore il minimo. Tuttavia, Mercato è un termine ancora piuttosto ampio. Esso potrebbe anche indicare, per esempio, il solo fatto di radunare insieme, porre in relazione compratori e venditori, laddove i prezzi rimangano però non contrattati ma prestabiliti, come accadeva piuttosto frequentemente nel passato, e in qualche caso accade ancora – oramai raramente – oggi.

Ritengo sia più opportuno, quindi, mettere a fuoco un termine e un concetto come quello di Lucrismo, che nel suo riferirsi a un atteggiamento personale – sia pure in ambito sociale – tende a ben evidenziare ciò che di drammatico esistenzialmente da lì deriva. Lucrismo che vuol significare – lo ripeto ancora – la tendenza umana a ricercare in qualunque ambito lo scambio, e nel contesto dello scambio a ricercare il massimo ottenimento con la minima cessione.

C' è, a questo punto, una questione fondamentale che richiede di essere considerata. Il Lucrismo, l' atteggiamento lucrativo, che noi oggi vediamo diffuso generalmente, è naturale all' uomo? In tutte le epoche passate, in tutti i luoghi del pianeta, magari in forme diverse, l' uomo è sempre stato ed è sempre lucrativo? Lo sarà inevitabilmente anche nel futuro?
La mia risposta è no. C' è un filone di studi sociologici, economici, antropologici, che dà testimonianza di un convivere umano non improntato a quell' orientamento, ma invece ad altri valori. Una figura di riferimento, a questo riguardo, è certo quella dell' economista "eretico", di origine ungherese, Karl Polanyi (1886-1964).[1]

Ma, soprattutto, il mettere alla prova la realtà delle cose, dei comportamenti umani, dei propri comportamenti, rispetto alla nostra capacità di valutazione più profonda, autentica, spirituale, sembrerebbe svelarci altre e più proficue opzioni esistenziali. Del resto, chi abbia avuto, come me, la fortuna di conoscere persone di un tempo storico non poi distante dal nostro, persone nate verso l' inizio del novecento, specie in ambienti non metropolitani, avrà potuto constatare l' effettività di un diverso orientamento, in sostanza non lucrativo.
Io ritengo, perciò, che sia possibile considerare verosimilmente altri modi del rapporto umano oltre il Lucrismo. E, tenendo sempre presente quella linea di studi sociali che ho indicato, per quanto mi riguarda fisserei allora tre modi esemplari di rapporto interpersonale: lo scambio lucrativo, lo scambio di reciprocità, la relazione comunitaria.
Oltre il Lucrismo di cui ho detto, perciò, anche le forme dello scambio di reciprocità e della relazione comunitaria.

Lo scambio di reciprocità, come indica la denominazione, è uno scambio in cui, a differenza dello scambio lucrativo, ciò che si dà e ciò che si riceve dovrà necessariamente tendere alla compensazione. Questa compensazione può consistere in equivalenza o in adeguatezza. La relazione di equivalenza è propriamente quella del rapporto di scambio prestabilito; ciò avveniva tipicamente nelle economie arcaiche, laddove quando una unità economica domestica (una famiglia di agricoltori) si ritrovava con carenza di un bene ed eccedenza di un altro, operava con altre unità domestiche degli scambi, ma secondo rapporti che erano già determinati (una certa quantità di olio contro una certa quantità di vino). Del resto, questa forma dello scambio ha avuto notevole utilizzo in tutto il corso della civiltà europea, ed ancora recentemente l' attuazione di prezzi “imposti” rappresentava proprio quell’ antica forma dello scambio.

Lo scambio di reciprocità assume invece il carattere della adeguatezza, fra ciò che si dà e ciò che si riceve, per esempio nelle relazioni che sono state studiate in popoli “primitivi” da una antropologia abbastanza recente[2]. In questo caso, lo scambio di reciprocità viene definito anche come modalità del “dono e controdono”. Ciò che si realizza, qui, non è immediatamente uno scambio; formalmente, qualcuno dona qualcosa ad un altro; il ricevente, tuttavia, resta obbligato in prospettiva sociale a ricambiare, con una controprestazione che non è stata contrattata, non è prestabilita, ma che, se il restituente vorrà mantenere la propria onorabilità ed integrità sociale, dovrà essere adeguata.
Il concetto di “dono” conduce allora alla terza forma di rapporto fra persone: la relazione comunitaria. Il termine comunità proviene dal latino cum e munus (“dono”). La comunità è perciò l’ ambito delle persone che si scambiano fra loro doni.

Ma il dono comunitario non è il dono di reciprocità: il dono comunitario è dono gratuito, è la forma più propria di questo atto. Il motivo del dono gratuito non sta in una compensazione concreta che viene a seguito, ma in una compensazione spirituale che si attua immediatamente. Nella comunità affettiva, il benessere dell’ altro si riflette in benessere proprio.

Che poi, nel vivere di una comunità, così come i membri danno agli altri ciò che possono dare, essi si attendono di avere ciò che sia possibile nel bisogno, è una realtà che tuttavia non muta la sostanza dei rapporti. Non è questa attesa che muove in origine i comportamenti. La relazione comunitaria non è fondata sulla reciprocità, così che nell’ attuarsi vero e proprio della comunità lo stesso concetto di scambio viene a perdersi. E non ponendosi più il problema di assumere un valore di scambio, per cose o prestazioni, l’ idea di denaro non mantiene alcuna necessità e significato.

Ma infine, dopo questo excursus compiuto in altri tempi, in altri luoghi, in costruzioni sentimentali e immaginative – se utopiche, tuttavia non per questo inevitabilmente irrealistiche – torniamo all’ effettività del presente. E’ nostro il mondo non della comunità ma della società – non ci si scambiano doni, si ricercano affari...

Per chi abbia pure intravisto la luce di un’ altra, possibile, esistenza umana, il ritrovarsi qui ed ora richiede un adattamento al negativo. Se non che, agli estremi, la saggezza imponga il nichilismo, l’ autodistruzione del suggerimento evangelico – se ti domandano il mantello, tu dagli anche la tunica... – l’ uomo sia pur di comprensione, di orientamento comunitario, dovrà fare i conti rispetto allo scambio e al denaro: e sarà meglio che i conti li faccia bene.
Ma per la buona salute – dello Spirito – sarà opportuno non tralasciare mai la propria aspirazione, anche fattiva, ad un “altro mondo possibile”, e la realizzazione concreta di altri valori, possibilmente, già nelle pieghe del mondo come esso ora è.

[1] Nei suoi lavori, Polanyi si richiama poi alle ricerche di antropologi come Richard Thurnwald, Marcel Mauss, Bronislaw Malinowsky.
[2] Degli studi molto noti in proposito sono quelli di Marcel Mauss, nel suo Saggio sul dono (1924).